e-περιοδικό της Ενορίας Μπανάτου εν Ζακύνθω. Ιδιοκτήτης: Πρωτοπρεσβύτερος του Οικουμενικού Θρόνου Παναγιώτης Καποδίστριας (pakapodistrias@gmail.com), υπεύθυνος Γραφείου Τύπου Ι. Μητροπόλεως Ζακύνθου. Οι δημοσιογράφοι δύνανται να αντλούν στοιχεία, αφορώντα σε εκκλησιαστικά δρώμενα της Ζακύνθου, με αναφορά του συνδέσμου των αναδημοσιευόμενων. Η πνευματική ιδιοκτησία προστατεύεται από τον νόμο 2121/1993 και την Διεθνή Σύμβαση της Βέρνης, κυρωμένη από τον νόμο 100/1975.

Τρίτη 27 Οκτωβρίου 2026

Ομιλία Βαρθολομαίου κατά την Οικουμενική Προσευχή στη Βασιλική του Αγ. Φραγκίσκου (Ασίζη, 27.10.26)

OMELIA DI SUA SANTITA’ BARTOLOMEO ARCIVESCOVO DI COSTANTINOPOLI – NUOVA ROMA E PATRIARCA ECUMENICO DURANT PREGHIERA ECUMENICA NELLA BASILICA DI SAN FRANCESCO AD ASSISI 
(Assisi, 27 Ottobre 2026)


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Apocalisse 7, 13-17

Vostra Santità,

Eminenze, Eccellenze,

Onorevoli Rappresentanti delle Chiese Cristiane,

Fratelli e Sorelle in Cristo,

Sono passati quaranta anni, era il 1986, quando Papa Giovanni Paolo II, con un gesto, allora considerato audace e folle agli occhi della politica internazionale, volle invitare i Rappresentanti delle Chiese Cristiane e delle grandi Fedi del mondo ad Assisi, non per una alleanza globale contro qualcuno, ma per parlare di pace e per pregare per questo valore assoluto per la famiglia umana. Allora il mondo era diviso a blocchi, e viveva il grande timore di una possibile guerra atomica. Eppure, a quell’incontro a cui parteciparono i nostri predecessori o i rappresentanti dei nostri predecessori, forse anche qualcuno dei presenti, vide camminare assieme, in silenzio, uomini e donne di diverse fedi, un gesto disarmante che voleva principalmente purificare i cuori degli uomini dall’orgoglio e dall’indifferenza.

Cosa possiamo dire oggi, noi cristiani di oggi, di quel momento. Cosa è sfuggito anche dalle nostre mani, per non comprendere che il mondo stava abbandonando il Re della Pace, a cosa ci siamo abituati, per accettare tutto questo? Abbiamo continuato a incontrarci, ma non siamo stati incisivi. Oggi, veniamo continuamente travolti da un flusso ininterrotto di immagini drammatiche: macerie, pianto, ingiustizia, fondamentalismi, anche cristiani, tragedie umane, ambiente violato… Perché? Come è potuto succedere?

Speravamo di entrare in un nuovo mondo, dopo la caduta dei totalitarismi, ma non ci siamo impegnati a sufficienza per non fare emergere nuovi nazionalismi, nuovi “dei” che abbandonavano il Dio incarnato, per una tecnologia totalizzante e per una riduzione del valore della persona umana.

Allora non possiamo che guardare alla Sacra Scrittura e alla vita bi-millenaria della Chiesa, allontanando le nostre povertà umane anche dentro le nostre Chiese.

Il testo del libro dell’Apocalisse che abbiamo appena sentito, se letto con gli occhi del mondo, aprirebbe ulteriori scenari di paura, ma noi dobbiamo guardare verso l’alto, oltre la storia, con la franchezza che dobbiamo avere verso il Dio rivelato nella storia umana.

“Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?” (Ap. 7,13) La risposta è un vero paradosso: “Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole bianche con il sangue dell’Agnello” (Ap. 7,14)

Com’è possibile imbiancare una veste lavandola nel sangue?

Nella nostra vita, il sangue macchia, ferisce, racconta il dolore e la morte, dichiara la sconfitta o la vendetta. Ma qui si parla del sangue dell’Agnello. Nella logica di Dio, il sangue dell’Agnello — di Colui che ha vinto il male non infliggendolo, ma assorbendolo sulla Croce — è l’unico detergente capace di sbiancare la storia. Gesù non è un leone che sbrana, ma l’Agnello che si lascia consegnare. Questo bianco non è l’abito neutro della neutralità o del disimpegno. Non è la purezza di chi si è nascosto dal mondo per non sporcarsi le mani. È il colore della Risurrezione. È la veste di chi ha attraversato il fango del conflitto, senza lasciarsi infettare dal virus dell’odio. È l’abito della festa di chi ha attraversato il dolore, la persecuzione, le fatiche della vita, ma non ha permesso all’odio di inquinare il cuore. È la veste di chi ha risposto alla violenza con l’offerta di sé. Questa è la radice profonda di una pace disarmata: la pace di chi depone le armi del risentimento e si fida solo dell’amore.

Oggi quella profezia ci sfida. Spesso pensiamo che per proteggere la pace servano scudi più alti e armi più intelligenti. Ma l’Apocalisse ci ricorda che l’unica forza capace di disarmare la storia è la logica dell’Agnello. Cristo ci insegna che per disarmare le mani dell’altro dobbiamo anzitutto accettare di disarmare le nostre: disarmare i nostri giudizi taglienti, le nostre pretese di avere sempre ragione, l’indifferenza che ci fa girare dall’altra parte di fronte al dolore dei popoli e all’ingiustizia.

Lavare le vesti nel sangue dell’Agnello significa proprio questo: immergere le nostre relazioni ferite, le nostre divisioni comunitarie e i drammi internazionali nell’amore viscerale di Dio, l’unico che può trasformare un cuore di pietra in un cuore di carne.

Dobbiamo avere la capacità di abitare le tribolazioni del nostro tempo, non con la passività dei rassegnati, ma con la fortezza dei miti. La domanda che il Signore ci rivolge è se saremo capace di interrompere la catena del male, accogliendo l’offesa e offrendo benedizione, se sapremo offrire il perdono al posto della vendetta, vedendo in tutti un fratello, una sorella e non un nemico. Non è buonismo, né debolezza. È la forza più grande del mondo: la fortezza dei martiri e dei santi. 

L’orizzonte verso cui camminiamo è delineato dai versetti finali del nostro testo, parole che vibrano di una tenerezza infinita: «Non avranno più fame né avranno più sete… perché l’Agnello… sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7,16-17).

Fratelli e sorelle, 

questa promessa non è un anestetico per l’oggi, non è un invito a fuggire dalla realtà, sperando in un aldilà consolatorio o di aspettare passivamente il paradiso.  È il motore della nostra resistenza spirituale! Se sappiamo che il destino ultimo della storia è la vittoria dell’Amore e l’asciugatura di ogni lacrima, allora non possiamo rassegnarci a vedere i canali della storia allagati dal sangue degli innocenti. Quante lacrime ci sono ancora oggi da asciugare nei volti di chi soffre per le guerre, per la solitudine, per la povertà!

Diventare artigiani di pace oggi significa sporcarci le mani, significa prestare le nostre mani a Dio per iniziare ad asciugare quelle lacrime, già nel presente. Ogni volta che curiamo una ferita, ogni volta che accogliamo chi scappa dalla guerra, ogni volta che apriamo un dialogo, dove prima c’era solo il silenzio del rancore, noi stiamo anticipando il Cielo sulla Terra.

Chiediamo al Signore, in questa celebrazione, la grazia di un cuore disarmato. Chiediamogli la grazia di convertire il nostro cuore. Chiediamogli il coraggio di indossare l’abito bianco della speranza e della mitezza. Chiediamogli di lavare le nostre vesti quotidiane nel suo amore gratuito. Diventiamo artigiani di una pace che non fa rumore, ma che cambia la storia. Diventiamo, con la nostra stessa vita, quella pace disarmata che imita l’Agnello e che custodisce il mondo. Perché solo una Chiesa che sperimenta la pace dell’Agnello può diventare, per questo mondo ferito, una profezia credibile di guarigione e di risurrezione.

Amen.

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Foto: Nicola Papachrstou






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